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Nasce dalla terra, dalla sua energia solitaria e sapiente, dalla paziente attesa nel vento e nel sole, proprio come una pianta, l’arte di Eugenia Giusti. Per questo ama dipingere alberi piegati, creature protese alla vita, per questo ha scelto di ritrarre i volti e i sogni perduti – memorie indelebili tra le rughe – degli indiani d’America.
Dai reportage fotografici di Edward Sheriff Curtis d’inizio ‘900 si arriva alle tele di juta di Eugenia, povere e forti, supporti
indistruttibili anche se umili, come questi volti rocciosi di sequoia che rivelano l’intima comunione, quasi un’osmosi con la natura. Così, dalle trame ruvide di sacco emergono le voci, le anime di questi uomini, i profili di una vera umanità, quella ormai perduta. La ritroviamo lì, nei paesaggi arrossati e distesi, quando l’indiano fuma il calumet con il cielo ed è finalmente in pace, in armonia con l’universo. Eugenia Giusti plasma il silenzio e segue con il pennello la linfa della vita. C’è nelle sue opere tutta la speranza romantica di fusione con il mondo, di abbandono fiducioso all’infinita mano di un Dio senza nome, ma che freme nel vento: un Grande Spirito.
Come credevano i nostri antenati, l’arte è magia e disegnando si ruba l’anima, la forza di quanto si rappresenta. Si diventa
quello che si crea. Si crea quello che si è. Si è quello che si ama. “Lascia che la vita che ti gira intorno ti attraversi l’anima”,
dicevano gli indiani. Così davvero può essere, anche grazie a queste opere. E’ il prodigio della natura, dell’arte.
Manuela Bartolotti Ablondi |